Intervista all'autrice

(A cura di Cristo DaVel)


Che storia è questa?

È la storia di una follia che diventa progetto di pace. È una storia che parla di come guerra e violenza non rispondano mai veramente al desiderio e al bisogno di proteggersi e vivere, quanto piuttosto alla fame di potere e di ricchezza. È una storia in cui l’assurdo dell’odio viene svelato come innaturale e figlio di pregiudizi fomentati all’uopo. In cui si mostra una verità probabilmente scomoda a molti: al mondo ci sarebbe posto per tutti in pace e armonia, se ognuno accettasse la ricchezza insita in ciò che già possiede e non si lasciasse convincere che l’erba del vicino è sempre più verde. Ed è anche una storia di solidarietà che risorge, di speranza che si concretizza. 

A chi mi accusa di “averla fatta troppo semplice”, io rispondo come Ìsmandri risponderebbe: la realtà è che le questioni sono per loro natura complesse ma semplici, prima che qualcuno manipoli la mente di massa per convincerla che sono complicate e difficili, e che il bene degli altri è il male per noi!

A quale genere appartiene il romanzo?

Direi epica moderna! Ìsmandri è un eroe epico, sì, una sorta di moderno condottiero capace di infiammare il cuore di chi lo segue. E la sua opera ha tutti i crismi da leggenda!

Chi è Ìsmandri?

Ìsmandri è un uomo intenso e giusto, che - agganciato l'obiettivo- lo persegue con tenacia e coraggio. Nonostante la grandezza di ciò che crea, è un uomo semplice e leale, a tratti persino ingenuo. Ma sa anche essere duro e implacabile contro chi non si allinea con il suo progetto di pace. Non mi sono ispirata a nessuno di reale per lui, come per nessun altro dei personaggi, ma ho dato forma ad una sorta di archetipo di quello che concepisco come leader ideale: carismatico, appassionato ma equilibrato, comunicativo e capace di ascolto.

Chi è Dàmhaso?

Dàmhaso è l’incarnazione della sofferenza – del trauma – che si fa rabbia e aggressività quando non trova modi costruttivi per maturare. Intelligente e sensibile, si è a lungo rifugiato in schemi e credenze che gli hanno dato la casa emotiva in cui tener chiusi i suoi demoni interiori. In realtà, però, è come se fosse sempre stato in attesa di qualcuno che gli mostrasse un universo alternativo, consono alla sua reale congenita indole da uomo di strategia e mediazione.

Qual è il tuo stile di narrazione?

Il mio stile narrativo? Non ho dubbi: dialoghi che creano narrazione. Negli scambi verbali dei personaggi, infatti, gli eventi evolvono e la storia prende forma. Perché descrivere ciò che si può far dire? Attraverso i dialoghi fioriscono le personalità dei personaggi, si perfezionano i dettagli ambientali, sì strutturano i fatti e le azioni. Il mio è un racconto per dialoghi, in una sorta di teatro del romanzo.

Che cosa ti ha ispirato la storia?

L'ispirazione nasce genericamente dal conflitto israelo-palestinese, una guerra che considero sostanzialmente un crimine insensato. Qualcosa di drammaticamente assurdo che nega la soluzione unica e ovvia: due Stati ugualmente riconosciuti e con equa ripartizione territoriale, nel rispetto delle radici storiche e culturali di entrambi i popoli. Basta un minimo di osservazione obiettiva e intelligente, per rendersi conto che le cose in comune sono molte e tutte potenziali basi di azioni costruttive.

Quindi i Rassuiàni rappresentano gli Israeliani e i Legusdèi i Palestinesi?

Nella maniera più assoluta no! Ho usato l’avverbio genericamente proprio per evitare questa trasposizione. Ritengo i Rassuiàni lontani anni luce dagli Israeliani e così i Legusdèi dai Palestinesi. E non funziona nemmeno il confronto incrociato. Le differenze, d’altronde, saltano all’occhio sin dalle prime pagine!

E allora chi sono questi due popoli? Che cosa rappresentano?

Rappresentano due forme dell’essere umano.

La Rassuiàna incarna quella ecologica, artistica, passionale, in contatto con la natura in modo talmente stretto da considerare la sua manifestazione energetica universale come divinità. E anche nella religione i Rassuiàni esprimono la loro peculiarità di popolo liberale: niente funzioni strutturate, niente ricorrenze cicliche, solo riti per gli eventi personali della vita. Quella rassuiàna è una devozione interiore, una sorta di sentimento spirituale più che di religione teorica.

I Legusdèi, dal canto loro, incarnano la forma umana più operosa, tecnologica, commerciale: in una parola, pragmatica. Grazie a questo, le loro città – quelle lontane dal confine di guerra – sono esemplari straordinari di progresso scientifico ad ogni livello. La loro religione – di matrice cristiana – è strettamente connessa a questa indole pratica: il lavoro duro e onesto è strumento di salvezza eterna, canale preminente con cui riscattare se stessi dai peccati quotidiani. Vita e religione sono intimamente legati e l’inferno è una minaccia reale e immanente.

Questa è una storia che parla di guerra, una guerra decennale, ma, a ben guardare, non ci sono descrizioni di scene cruente.

Hai ragione, è vero: chi si aspetta scenari di violenza brutale sarà di certo deluso dal mio romanzo. In un'epoca in cui gli effetti speciali più avanzati mostrano (o la creatività degli autori racconta) costantemente azioni brutali, morti esplosive, torture da repertorio sadico, io ho scelto di non allinearmi a questo filone. Perché? Perché ritengo che il troppo sia stato già raggiunto e che i lettori - come anche gli spettatori di film, serie tv e correlati - stiano già pericolosamente raggiungendo il livello - terrificante - di assuefazione. La guerra in Ìsmandri è fisica, ovviamente, e come ogni guerra miete vittime, cui si fa riferimento durante la narrazione. L'aspetto della guerra che, però, racconto nel romanzo è quello più psicologico, più emotivo, quello delle cicatrici interne e dei conflitti mentali. Ritengo che sia su questo livello che dovremmo tutti spostare la nostra attenzione, per ridare umanità a violenza e odio, così da renderci conto che nella vita vera tutto questo ha conseguenze enormi ed irreparabili. A differenza dei videogiochi, infatti, nella vita reale non basta resettare il software o iniziare una nuova partita per tornare vivi: nella vita reale, odio e violenza uccidono definitivamente. Senza eccezione.

Come in altri tuoi romanzi, il protagonista è omosessuale; perché questa scelta?

Sì, è vero: Ìsmandri è omosessuale, come lo è Stefano ne Il carro di Apollo o Geko nel Magnifico DemiurgoNon si tratta di una vera e propria scelta, in realtà, ma di un flusso d'ispirazione che prende questa forma. C'è probabilmente una componente di protesta, una sorta di volontà nel mostrare stati d'essere per quel che sono e possono essere e non per ciò che stereotipi e pregiudizi dipingono. Un po' come accade quando scrivo di Palermo: voglio offrire ai lettori una visione ben più ampia di un universo troppo schiacciato in cornici difettose di ignoranza e arroganza. Nel caso dell'orientamento omosessuale dei protagonisti, però, questa componente è giusto uno sfondo in trasparenza. Maggiormente, quando mi si chiede perché creo personaggi gay, la mia risposta è: perché no?

Hai mai pensato che questa scelta possa tenere lontano dai tuoi romanzi alcune persone, soprattutto fra gli uomini? O che possa incidere sul gradimento?

Sì, certo, ne sono pienamente consapevole! E va bene così. Voglio dire: se una persona rifiuta di leggere una storia o ne altera il proprio giudizio solo perché il protagonista ama gli uomini, quella persona non mi interessa come lettore dei miei romanzi. Posso ampiamente farne a meno. 

Passiamo ora ad un altro ordine di questioni: perché l’autopubblicazione? Una scorciatoia democratica rispetto alla selezione degli Editori?

Scorciatoia non la definirei proprio, visto che nell’autopubblicazione la via verso il pubblico è sicuramente più complessa e accidentata. Democratica sicuramente: venendo meno un livello di valutazione, quello dell’editore appunto, davvero chiunque può pubblicare le proprie opere. In questo, non ci vedo né un bene né un male: alla fine sono i lettori che scelgono che cosa vogliono leggere e che cosa no e il loro parere è sicuramente più importante, veritiero e competente di quello dell’editoria.

Hai detto più competente?

Sì, l’ho detto. Da lettrice vorace – leggo dacché io possa ricordare – so che il valore di un romanzo, quello vero, è decretato dal gradimento di chi lo legge. Gli Editori, è chiaro, seguono parametri che spesso vanno oltre questo semplice concetto: notorietà dello scrittore, filoni in auge, guadagno economico e correlati. Non dobbiamo stupircene: le case editrici sono ormai aziende che sottostanno alle leggi del mercato per sopravvivere alla fantomatica crisi del libro! Il filo diretto fra scrittore e lettore salta questi orpelli e arriva alla schiettezza: mi emoziona, non mi emoziona; mi prende/non mi prende. Al lettore puro cosa importa se la storia è scritta da un autore sconosciuto o noto? A lui importa che il romanzo che sta leggendo lo afferri e lo porti nel proprio universo, immergendovelo come se fosse una realtà alternativa. E questo, come scrittrice, lo considero il maggior parametro di successo. Quando qualcuno legge un mio romanzo e mi dice: era come se io fossi lì, era come se io conoscessi Ìsmandri (o chi per lui), come se io potessi vederlo, toccarlo, provare le sue emozioni… ecco, ogni volta che mi è stato detto questo, io mi sono sentita appagata nella mia identità di scrittrice.

Ma per capire: hai mai inviato un manoscritto ad un Editore?

Certo! Ammetto di non essere una macchina da guerra come ne conosco, persone cioè che negli anni hanno tenacemente inviato inviato inviato ad un range ampio e vario di editori. Io l’ho fatto poco, è vero, mirando a Editori di rilievo. Ovviamente ricevendone il nulla in risposta. Di contro, tempo fa ho sottoposto ad un campione di lettori, a me in gran parte sconosciuti, un mio romanzo, “Magnifico Demiurgo”. Sconosciuti, sì, perché volevo evitare l’effetto affetto, cioè quella imprescindibile tendenza di chi ti vuole veramente bene ad apprezzare e amare tutto ciò che fai. I lettori sconosciuti coinvolti nel progetto del Magnifico Demiurgo, invece, si sono relazionati con la storia che ho scritto e non con me. Il risultato di questo esperimento è stato grandioso: un centinaio di persone (il totale del campione) ha espresso un apprezzamento grande, profondo, ammirato per il mio romanzo e per i miei personaggi. Si sono emozionati, hanno pianto, si sono arrabbiati, hanno trovato sollievo. Si sono innamorati dei protagonisti. Persone, voglio precisarlo, molto diverse fra loro, rappresentanti di ogni fascia per età, istruzione, professione, orientamento.

Quindi, un esperimento riuscito!

Totalmente! Anche più di quanto io avessi potuto immaginare o sperare!

E ne hai fatto forza per un invio multiplo agli editori?

Certo! Ma nulla di fatto: nessuna risposta, mai! Ecco perché affermo con sicurezza che – ormai – gli Editori non sono i giudici reali e adeguati del valore di un romanzo. Dato oggettivo: a fronte di un gradimento totale dei lettori verso il Magnifico Demiurgo, nessun Editore ha dimostrato interesse. Nessuno. Vogliamo credere che 100 lettori siano meno competenti di ciò che piace e ciò che no rispetto ad un pugno di Editori? E se fosse così, per chi pubblicano allora gli Editori? Per quale fascia di pubblico? Forse è per questo, allora, che si parla di crisi del libro: perché una parte di ciò che gli Editori pubblicano non si basa sul requisito che io ritengo fondamentale, ovvero che sia piacevole per il reale pubblico di lettori!

Perché gli Editori hanno ignorato i tuoi romanzi?

Non glieli ho mandati tutti, ovviamente, solo un paio, ma – soffermandomi ancora sul Magnifico Demiurgo – non lo so veramente: non avendo mai ricevuto una risposta, non conosco precisamente le ragioni del rifiuto. Posso ipotizzare, se vuoi, motivazioni come: troppo carico di letture di manoscritti inediti (ma è una scusa debole: leggere gli inediti è parte del lavoro da editore, lo devi fare, come io devo assolvere ad ogni aspetto del mio di lavoro); nome dell’autrice sconosciuto e quindi rischio d’investimento troppo alto (ma se non ami il rischio, meglio fare un lavoro da dipendente piuttosto che da imprenditore, no?); idiosincrasia verso protagonisti omosessuali (qui non commento, preferisco essere oltre); non gradimento del mio stile o del tipo di storia (possibile e accettabile). Ma resteranno tutte ipotesi, proprio perché – come dicevo – non ho mai ricevuto risposte di alcun tipo.

E quindi arriviamo all’autopubblicazione…

Esatto! Tu la definivi “scorciatoia”, ma credimi: è una grande fatica invece! Senza un editore a renderti il servizio, devi fare tutto tu: correzione di bozze e editing (più complesso che scrivere!), impaginazione, grafica, burocrazie e promozione. Le piattaforme di selfpublishing e di print on demand semplificano per qualche aspetto la questione, ma nulla si muove davvero se non ti muovi tu e tanto. Quindi, in definitiva, posso dirti che no, l’autopubblicazione non è una scorciatoia, anzi è un atto indefesso di coraggio!

Un appello ai potenziali lettori di Ìsmandri?

Sì! Il mio appello è questo: per favore, sostenete chi come me vuole offrirvi le proprie opere tramite la follia dell’autopubblicazione. Lo so, è capitato anche a me di rendermi conto che questa libertà quasi anarchica di pubblicare dia spazio a storie deboli e malscritte (che, comunque, immagino rappresentino per i loro autori una emozionata fatica), ma io so che il vero lettore sa capire a naso, ad intuito ormai, cosa sia bello da leggere e cosa no e quindi sceglierlo. Per questo, offro un’anteprima qui sul sito ufficiale di Ìsmandri: perché i lettori lo assaggino e decidano poi se gustarlo tutto e fino in fondo. Fidatevi di Ìsmandri, questo vi chiedo!