Il Romanzo


 

 

Titolo: Ìsmandri

Autrice: Patrizia Grotta

Genere: Narrativa/Epica moderna

Anno: 2019

Pagine: 1380

Lingua: Italiana

ISBN (ebook): 9788834137710

A cura di Ljus av Balarm

 


Prologo

In una lingua di terra  abbracciata dal mare e percorsa da boschi e fiumi, un popolo di giovane origine, guidato dal carismatico capo Rassùi, trovò stanziale dimora – dopo un decennio di nomade e avventurosa esistenza. Dotato di particolare intelligenza creativa, la gente di Rassùi – incoronato re dalla volontà popolare – costruì in meno di un cinquantennio una civiltà ricca, colta, amante della vita come del sacro e del bello. In capo ad un secolo, città, villaggi e casolari prosperarono, sempre in armonia con la natura, sapientemente usando gli spazi e rispettando l’autorità dei boschi e dei fiumi. Finché, 85 anni dopo l’approdo di Rassùi e della sua gente sulla Penisola, venne ufficialmente fondata la Nazione di Rassùia – sotto la bellissima regina Armèda.

Trascorsi quattro secoli della sua storia ufficiale, Rassùia vide apparire ai propri confini naturali di colline e alberi di sandalo duecento fra uomini, donne e bambini, esuli affamati e scacciati da decine d’altri luoghi, prima di tornare nella terra da dove ottocento anni prima – così gli anziani raccontavano – i Padri e le Madri della gente cordèa erano a malincuore fuggiti, vinti da varie calamità naturali che avevano devastato villaggi e città. I duecento unici superstiti della razza cordèa giungevano ancora nell’antica Patria, pregando i Rassuiàni di accoglierli e dar loro protezione.

Re Fassìma, undicesimo degno successore del nobile re Rassùi, prima consultò il consiglio dei Governanti, poi lui stesso raggiunse l’accampamento degli esuli sul confine e porse le mani al capo cordèo, il vecchio Dàmhaso.

«Il mio popolo conobbe a suo tempo il desiderio di una casa», gli sussurrò con amicizia, «e i Potenti lo accompagnarono fino a qui, dove trovò gioie e fortuna. Se da qui i vostri Padri e le vostre Madri ottocento anni fa dovettero fuggire disperati per aver perso tutto, allora è giusto che qui voi, ultimi figli, torniate e troviate casa e lavoro. Non temete, oggi ormai noi sappiamo come affrontare le forze dell’acqua e della terra per tutelare i nostri possedimenti e desideriamo condividere con voi questa nostra conoscenza, per aiutarvi a costruire un nuovo futuro senza incorrere nelle disgrazie che segnarono il destino dei vostri avi. Da oggi, Rassùia vi accoglie ed è la vostra casa.»

Il vecchio Dàmhaso afferrò commosso le mani del generoso Fassìma e se le strinse al cuore, guardandolo negli occhi.

«Il mio popolo sarà per sempre grato al tuo!»

Allora Fassìma rise e lo abbracciò con gioia.

«Né tuo né mio! D’ora in poi è tutto nostro, saremo un unico popolo, più grande e più ricco, dove tutti apprenderanno da tutti, in pace e prosperità. Così vogliano i Potenti!»

Quel breve dialogo fra Fassìma e Dàmhaso venne inciso sul piedistallo di una grande statua, che il più valente degli scultori di Rassùia volle ergere al confine fra la valle del fiume Lègusi e quella del fiume Pòria, come simbolo di fratellanza e a memoria dell’unione fra fratelli.

All’inizio, re Fassìma offrì a Dàmhaso e alla sua gente un lembo di terra vergine fra il confine e la valle del fiume Lègusi, incaricando i migliori ingegneri rassuiàni di progettare e costruire un villaggio confortevole e sicuro. Nacque così Legùsica, la prima nuova città, accolta con favore da re Fassìma e dalla maggior parte dei Rassuiàni. 

Nell'abbraccio protettivo e fertile della nuova casa, la gente di Dàmhaso si fortificò e si accrebbe. Piccoli villaggi affiancarono nel corso del tempo Legùsica, che i Cordèi chiamarono presto ca-pitale del nuovo regno di Damhàsia.

Cento anni dopo l’insediamento in Rassùia – che da Regno si era evoluta in Repubblica democratica – la gente di Dàmhaso si era già quintuplicata nella quantità come nel numero delle tenute agricole lungo il fiume. Industriosi e pratici, i Cordèi costruirono e crebbero, oltrepassando l’originario lembo di terra – denominato da Fassìma regione legusdèa e dai Cordèi nucleo damàsico – per ramificarsi nei territori limitrofi, fra i preesistenti villaggi rassuiàni, che nel giro di ottant’anni furono abitati esclusivamente dai discendenti degli esuli cordèi.

A duecento anni di distanza dall’Unione, i discendenti dei Cordèi – ormai chiamati Legusdèi dai Rassuiàni e Damasdèi da loro stessi – avevano occupato un terzo della nazione di Rassùia, ovvero tutta la valle del Lègusi e di un altro fiume, il Ròvida. La crescita demografica dei Legusdèi aveva affiancato quella dei Rassuiàni e a duecento anni dall’Unione un censimento globale contò in Rassùia settecentocinquantamila Rassuiàni e trecentomilacinquecento Legusdèi.

I primi sintomi d’insofferenza si presentarono all'indomani dei festeggiamenti del bicentenario dell’unione, a Massèda, villaggio al limite basso della Valle del grande fiume Pòria, fascia in cui da meno di un anno alcuni Legusdèi avevano iniziato una massiccia opera d’insediamento, acquistando case, rilevando attività commerciali e costruendo nuovi negozi. Un abitante originario, la cui attività stava subendo un rapido decadimento a causa della concorrenza di un nuovo negozio omologo fondato da un Legusdèo, affrontò il rivale chiedendogli di rispettare le leggi nazionali del commercio che proibivano di svendere la merce fuori dai periodi stabiliti. Fu quella la prima volta che un Legusdèo disse ad un Rassuiàno, usando un tono astioso ed orgoglioso:

«La nazione di Damhàsia ha leggi diverse!»,

rifiutandosi a quel modo di adeguarsi al prezzario praticato d’accordo da tutti i commercianti Rassuiàni.

Mai prima era così chiaramente trapelata l’intenzione dei Legusdèi di costituire nazione a parte da quella che duecento anni prima li aveva accolti.

Il rifiuto del Legusdèo provocò in pochi giorni il fallimento dell’attività del Rassuiàno che, esasperato, aggredì il rivale provocandone involontariamente la morte.

Quell'incidente fu letto dai Legusdèi come manifestazione d’intolleranza, violenza ed invidia da parte dei Rassuiàni, i quali scoprirono bruscamente la forza compatta dell’isolamento che i Legusdèi si erano costruiti attorno nei secoli. La reazione rassuiàna a quella scoperta fu insofferenza ed incomprensione.

Su quell'esempio si sviluppò la successiva storia di Rassùia per altri cento anni circa: da una parte i Legusdèi/Damasdèi tendenti a conquistare sempre più terra dove insediarsi ed espandere i loro commerci; dall'altra i Rassuiàni feriti da quella che fu chiamata ingratitudine ed arroganza ed intenzionati a fermare anche con la violenza l’avanzata delle formiche di Cordèo.

Dapprima furono solo brevi scontri sparsi, poi sempre più frequenti, fino a diventare veri e propri ciclici atti di rapida guerriglia.

A quasi trecento anni dall’Unione, i Legusdèi avevano formato un loro governo non riconosciuto, un loro corpo di polizia non riconosciuto, loro leggi non riconosciute.

Al centro delle ostilità che esplosero ufficialmente fra Rassuiàni e Legusdèi, a seguito di un primo reciproco eccidio ad un appostamento militare rassuiàno,  si trovò la valle del grande fiume Pòria, al cui ingresso si stagliava la statua dell’unione fra fratelli. In questa valle sorgevano due grandi colonie legusdèe, Dèsda e Parsèa, in continuo accrescimento, e cinque città rassuiàne minacciate da questa espansione, Vènia, Gàja, Lùna, Ràsia e Malèta. Il governo non riconosciuto di Legùsica esigeva il possesso della Val Pòria, identificata dalla memoria storica cordèa come il luogo in cui gli antichi Padri e Madri avevano vissuto in prevalenza prima di lasciare il loro antico regno. Se per i Legusdèi si trattava di un diritto di precedenza, per i Rassuiàni fu l’ennesimo e maggiore abuso. 

I Legusdèi chiamarono i Rassuiàni assassini lussuriosi; i Rassuiàni chiamarono i Legusdèi ladri ingrati.

I Rassuiàni accusarono i Legusdèi di aver devastato la naturale bellezza delle valli del Lègusi e del Ròvida costruendovi in modo sconsiderato, come già avevano fatto i loro avi, che la natura stessa aveva al fine punito e scacciato. Forte in loro divenne il desiderio di preservare la Val Pòria dalla distruzione legusdèa e di cacciare i ribelli per riavere le valli del Lègusi e del Ròvida e restituirle alla loro antica bellezza.

I Legusdèi, invece, accusarono i Rassuiàni d’indolenza, fanatismo, arroganza e violenza e si fecero convinti che la loro presenza dovesse essere eliminata dalla Val Pòria, per costruire finalmente il regno di Damhàsia.

Violenza chiamò violenza e a quasi trecento anni dall'Unione, dunque, la Val Pòria divenne confine di guerra ufficiale tra la nazione di Rassùia e la regione ribelle di Legusìdia.

L’odio aveva ormai oscurato ogni ricordo di fratellanza, costruendo i pregiudizi in cui le nuove generazioni sarebbero state allevate ed offrendo al futuro solo violenza ed ignoranza.

 

Da qui, a quasi trecentosettanta anni dall’Unione, comincia questa storia, al cospetto dell’antica statua della fratellanza tra re Fassìma e re Dàmhaso, deturpata frequentemente da scritte razziste e inni alla distruzione.